15 gradi di imprecisione è il titolo della mostra in corso alla CONSARC/GALLERIA e si riferisce allo spostamento dell’asse terrestre in un’ora. Quel movimento infinitesimale, costante, quasi impercettibile è l’«errore» che rende possibile ogni misura. Perché nessun orologio potrà mai cancellare quella differenza. Il tempo, ci dice il titolo, non è mai esattamente quello che segniamo. Le opere di William Aparicio raccontano questa imprecisione costitutiva. Frammenti fotografici si incastrano in meccanismi di orologi smontati, non per fermare il tempo, ma per mostrarne il continuo scarto. Ogni ingranaggio è una promessa mancata di esattezza: ogni fotografia è un attimo che non c’è più. Per Henri Bergson il tempo vissuto è una «durata reale» che la misura meccanica tradisce sempre. Per Carlo Rovelli non esiste un tempo universale, ma solo fenomeni locali, prospettici, termici. Il tempo è un’illusione necessaria, una convenzione che ci tiene ancorati al mondo. Paul Ricoeur parlava del tempo come «narrazione», un intreccio di memoria: attesa e presente. Come ci ricorda il film Lucy di Luc Besson: «Il tempo è l’unica vera unità di misura. Dà prova dell’esistenza della materia. Senza il tempo, noi non esistiamo.» Viviamo allora in una tensione irrisolta: senza tempo non siamo, ma il tempo che abbiamo è perennemente impreciso. Martin Heidegger lo pensava come l’orizzonte del nostro esserci, quel «non essere più» e «non essere ancora» che ci definisce. I 15 gradi di imprecisione sono il respiro del mondo, il margine di libertà dentro la necessità, l’oscillazione che rende ogni istante unico. Il critico d’arte, curatore e saggista Mauro Zanchi e l’artista William Aparicio si confrontano su questo tema: non per dare risposte, ma per esplorare insieme una domanda. Come si raffigura un tempo che è per sua natura impreciso? Cosa accade quando la fotografia – che pretende di fermare il reale – si allea con gli scarti silenziosi di orologi, già sconfitti dalla loro stessa meccanica? L’appuntamento è in galleria, dove ogni scatto, ogni ingranaggio, ogni grado di imprecisione racconta l’unica verità forse possibile: che il tempo non si possiede, si vive.
Mauro Zanchi è critico d’arte, curatore e saggista. Dirige il museo temporaneo BACO (Base Arte Contemporanea Odierna), a Bergamo, dal 2011. Attualmente insegna storia dell’Arte e della Fotografia nel Centro Bauer a Milano e nella Libera Accademia di Belle Arti (LABA) a Brescia. È coordinatore dei corsi triennali e biennali di Fotografia alla LABA di Brescia. Ha curato mostre personali di David Adamo, Francesco Arena, Mario Cresci, Mario Giacomelli, Luigi Ghirri, Annika Kahrs, William Kentridge, Daniel Knorr, Israel Lund, Navid Nuur, Adrian Paci, Dan Rees, Guido van der Werve. Suoi saggi e testi critici sono apparsi in varie pubblicazioni edite da Giunti, Silvana Editoriale, Electa, Mousse, Postmedia Books, CURA, Skinnerboox, Mimesis, Humboldt Books, Officina Libraria, Moretti & Vitali e Corriere della Sera. Alcune pubblicazioni recenti: “Metafotografia 1+2+3” (Skinnerboox, 2019-2021), “Arte ed eros” (Giunti, 2020), “Arte e alchimia. Dall’antico al contemporaneo” (Giunti, 2021), “Arte e gioco” (Giunti, 2022), “La fotografia come medium estendibile” (Postmedia books, 2022), “Le insidie delle immagini” (Postmedia books, 2022), “Arte e bruttezza” (Giunti, 2023), “I sette Palazzi Celesti di Kiefer” (Postmedia books, 2024), “Arte e ironia” (Giunti, 2025). Scrive per Art e Dossier, Il Giornale dell’Arte, Antinomie, Doppiozero e ATPdiary.