IN EDEN
l’Africa di Alberto Bernardoni

apertura domenica 16 gennaio 2022
ore 11-17
in presenza dell’autore

fino al 25 febbraio 2022

Catalogo della mostra
testo di Emma Nilsson IT/EN

ENTRATA LIBERA
con CertCovid/GreenPass
e mascherina

i fiumi e le sorgenti venivano consacrati, e le montagne sfioravano gli dei. Sicché la natura, gli animali e l’uomo, sgorgati da una sola energia creativa, si fondevano nell’epifania di una medesima realtà. Una simile intelligenza del mondo afferma: l’uomo e l’animale sono prossimi.”     Emma Nilsson, da Si incrociano gli sguardi, 2021
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Queste parole di Emma Nilsson bene introducono le immagini di Alberto Bernardoni, eclettico animalista ed esteta impenitente, catturate durante molti viaggi, dal 1969 in poi sull’arco di una trentina d’anni, durante i quali ha percorso, spesso avventurosamente, gran parte dell’Africa. Un’Africa oggi onirica, i vasti spazi liberi ancora vissuti da Bernardoni non ci sono più, ridotti come sono al rango delle riserve che a fine Ottocento videro l’estinzione del maestoso bisonte americano.

Nelle sue immagini in bianconero Bernardoni sovente ricerca l’empatia, forse il dialogo primordiale fra specie di uguale dignità, riecheggiano le parole di James Hillman
“….l’animale come teofania, il racconto come mistero…”
Sicché talvolta gli animali lo fissano con serena calma, non di rado sembrano disporsi in posa, lui si sente ospite e col tempo intuisce le loro consuetudini, i loro codici immanenti.
Mentre tutt’intorno il continente si degrada. Incombe, sorretto da forze invincibili e dalla corruzione dilagante, lo scempio ecologico. Non più le miniere di Re Salomone ma la caccia a silicio, cerio, berillio e carbonite. L’Africa viene sacrificata ai semiconduttori. L’Eden chiude i battenti.

Scimpanzé, gorilla e orangutan hanno vissuto nella foresta per centinaia di migliaia di anni, formando comunità complesse, mai sovrappopolando, mai distruggendo il loro habitat, direi che a modo loro hanno avuto più successo di noi nel vivere in armonia con l’ambiente.
Dame
Jane Goodall, CBE, Interview 2019 WP

Lionesses in the Haze, The Sealous – 1989
© Alberto Bernardoni dalla serie In Eden – 2021
Stampa ai pigmenti di carbone cm 69×53 Edition 1/7
Egretta Alba, Moremi Okavango – 1991
© Alberto Bernardoni dalla serie In Eden – 2021
Stampa ai pigmenti di carbone cm 79 ×112 Edition 1/7

Lion, The Sealous – 1989
© Alberto Bernardoni dalla serie In Eden – 2021
Stampa ai pigmenti di carbone cm 53 ×69 Edition 1/7
Kudu, Kidepo Valley – 1996
© Alberto Bernardoni dalla serie In Eden – 2021
Stampa ai pigmenti di carbone cm 69×53 Edition 1/7

Si incrociano gli sguardi.
Emma Nilsson – 2021

Gli animali ti guardano. Vedi l’elegante gazzella mentre volge su di te il suo sguardo sereno, il rinoceronte che ti affronta risoluto, poi vieni sfiorato dagli occhi pacifici dello gnu, e infine la giraffa, la giraffa che ogni cosa sovrasta…. Vieni sì ignorato da un primate pensieroso, ma poi ti accompagnano lo sguardo meravigliato del ghepardo e l’espressione stranamente pacata di un leone. E ancora, una leonessa, sembra affabile, ti scruta con vera curiosità, ma rieccola più avanti, tesa in agguato, minacciosa, imponente.

Molte fra le fotografie in bianco e nero di Alberto Bernardoni, scattate sulla distanza della trentina d’anni durante i quali ha percorso in lungo e in largo il continente africano, si pongono come se l’animale avvertisse coscientemente la fotocamera, addirittura si mettesse in posa. Sebbene evanescente sullo sfondo, il paesaggio circostante accentua le forme e le tonalità del soggetto, talvolta invece sembra ridisegnarne il contorno. Chi sta camuffando chi, ci si chiede… per contro, in altre fotografie il paesaggio è segnato da forti contrasti, quasi si volesse trasmutare nella quinta di uno studio fotografico, e l’animale stesso in mero profilo. Sempre, in ogni contingenza, vale: all’animale ritratto appartiene l’intero quadro.

Sebbene queste fotografie ci inducano ad antropomorfizzare le fiere ritratte seguendo soltanto i nostri desideri e pregiudizi, altra cosa ci tramandano le culture della spiritualità africana, che tutti gli animali albergano un’anima. Vi erano – forse vi sono – anime buone e malvagie, anime sacre e profane. Pure i fiumi e le loro sorgenti venivano consacrati, e le montagne sfioravano gli dei. Sicché la natura, gli animali e l’uomo, sgorgati da un’unica energia creativa, si fondevano nell’epifania di una medesima realtà. Una simile intelligenza del mondo afferma: l’uomo e l’animale sono prossimi.

Sappiamo fin troppo bene quel che poi accadde. L’uomo si incoronò re, creò sudditi e schiavi, l’animale non venne più ucciso per mantenere la natura in equilibrio, bensì dal suo prossimo come dalla natura stessa l’uomo trasse, e tuttora trae, vantaggio e profitto, venendo meno a un patto primigenio. E a tutt’oggi ancora non sono spente le braci della storia coloniale.

Per contro l’Eden, l’incanto del giardino ideale, del luogo perfetto e compiuto… Forse questo stimolante filo conduttore percorre l’intera evoluzione dell’uomo. É da quando la paleoantropologia, a sua volta, affonda in Africa le radici dell’homo sapiens e della cultura, che nell’immaginario si fa strada la chimera di un vasto e quasi intonso continente quale Giardino dell’Eden. L’elezione del giardino terrestre. Un hortus dentro il quale purezza e bellezza si incontrano, dell’intuizione del sublime, della sottomissione del corpo alla potente forza del primordio. Vita e morte perennemente intrecciate.

L’armonia, il selvaggio, il pericolo, la bellezza, il godimento, la varietà, l’alterità… L’erranza alla ricerca dell’Altro significa sempre avventurarsi verso la promessa dell’ignoto, e sempre si nutre dell’eterna ambivalenza del conoscere e dell’occultare.

Il fotografo Peter Beard, un amico di Alberto Bernardoni, trascorse gran parte della sua vita in Africa, e ci ha lasciato immagini inconfondibili di quel mondo. In un passaggio di Zara’s Tales, un libro scritto in dono all’allora piccola figlia Zara, così commenta la tensione incombente fra proiezione e realtà dell’Altro “nothing out of the ordinary happens. It’s just Africa, after all.”[1] Tutto quanto appare inconsueto a chi approda da altri mondi, in Africa è semplice quotidianità.

Eden – in questo libro rimanda comunque un ric#_ftn1rdo. Quello dei numerosi itinerari di Alberto Bernardoni attraverso la vastità del continente, con il suo sguardo speciale su una natura forse ideale, ma che incontrovertibilmente rappresenta il suo mondo ‘altro’, popolato dai suoi animali selvaggi. I quali ricambiano lo sguardo.

Ma cosa ha luogo esattamente in questo magico istante che la fotocamera raggela e proietta verso una sua eternità? Come persi nella spirale di un gioco di specchi vediamo l’Altro mentre questi ci osserva, ma pure noi stessi mentre assistiamo all’incontro.

Forse l’ineffabile sta giustamente in quell’inversione di sguardi, nella possibilità che ci è data, nell’attimo fuggente, di scovare e intuire il mondo di quell’Altro, tanto diverso dal nostro. O invece risiede nel turbamento che ci assale mentre veniamo scrutati da quel nostro prossimo? Cosa vedrà mai in noi, aldilà della possibile preda o di un pericolo? Cosa sa di noi l’Altro, mentre ci guarda? Indovina un’affinità, un’anima? L’immagine specchiata può scatenare proprio questo tanto esaltante quanto irrisolvibile momento di confronto, o meglio di contatto, con noi stessi. Forse, chissà, il paradisiaco consiste nell’essenza stessa del ricordo di quegli incontri ravvicinati con lo straordinario quotidiano. Rimane pertanto una certezza: in qualsivoglia modo lo si colga, lo scambio di sguardi con il nostro prossimo, l’animale, ci manifesta un’evidenza fondamentale. Nelle parole di Jacques Derrida : “L’animale si confronta, ci osserva. Davanti a lui siamo nudi. E lì, forse, inizia il pensiero.”[2]

[1] Peter Beard: Zara’s Tales. Perilous Escapades in Equatorial Africa, New York 2004
[2] Jacques Derrida: L’animale che dunque sono, Milano 2014 (Originale: L’animal que donc je suis, Paris 1999)

Exchanging glances.
Emma Nilsson – 2021

Animals look at you. You see yourself being watched by the serene glimpse of an elegant gazelle, how a rhinoceros turns to you briskly, the unhurried glance a gnu touches you, and again, the peaceful giraffe, from her height surveying the entire savannah… you are almost ignored by a brooding chimp, but instead you meet the amazed glimpse of a cheetah, and a lion’s strangely benevolent demeanour. And yet, there’s a lioness, she seems friendly, scrutinising you with true curiosity, but then you meet her again, tense in ambush, always imposing and majestic.

Many among Alberto Bernardoni’s black and white photographs, taken over a span of almost 30 years during which he travelled widely across the African continent, appear as if the animal were consciously aware of the camera and virtually posed in front of it. The surrounding landscape often recedes into the background and is rather able to pick up on the numerous nuances of the animal’s grey tones or even to continue the drawing of the fur beyond the animal. Who is disguising whom, we may ask. In other photographs, the sharp contrast of the landscape virtually turns it into a background canvas in a photo studio and the animal itself into a silhouette. Always, in every circumstance, the entire picture belongs to the portrayed animal.

As much as these pictures tempt us to anthropomorphise the wild beasts according to our wishes and desires, the traditional cultures of African spiritualities convey us that all animals harbour a soul. There were – maybe there are – good souls and evil souls, sacred as well as profane souls. The rivers and their sources were also consecrated, and mountains were nearly brushing gods. Thus nature, animal and man, gushed from a sole creative energy, were melted together in the epiphany of a same reality. This intelligence of the world promises: man and animal are neighbours.

We know only too well what happened in the aftermath. Man raised himself to be king and created subjects as well as slaves, animals were no more killed in order to maintain nature’s balance, but profit was taken from the neighbour as well as from nature. And to this day, colonialism’ ashes are still glowing.

By contrast Eden – man’s sweet dream of a wonderful and fulfilling paradise…. Perhaps this tantalizing thread spins through the entire evolution of mankind. Since paleoanthropology, in turn, assumes that the origins of Homo Sapiens and the origins of culture lie on the African continent, the image of the vast and little touched continent as the Garden of Eden develops. An ideal in which something pure as well as beauty can be experienced. An ideal in which the sublime can be glimpsed and the effect of the violence of the primordial can take hold of one’s own body. Life and death forever entangled.

The harmony, the wild, the danger, the beauty, the pleasure, the diversity, the foreign – the other. The quest for the Other is always a search for or even a promise of the unusual, nourished by the ever recurrent ambivalence of awareness and concealment.

In his book Zara’s Tales, a gift to his daughter Zara, the photographer Peter Beard (a friend of Alberto Bernardoni) who has spent a large part of his life in Africa and has left unmistakable photographs of the world there, comments on precisely this tension between projection and reality of the Other, “nothing out of the ordinary happens. It’s just Africa, after all”[1]. Everything that seems so uncommon to foreigners, is simply ordinary in Africa.

Eden – in this book it complies with a memory. The memory of Alberto Bernardoni’s numerous journeys across the large continent, with his special gaze on a possibly ideal nature, but nevertheless in that ‘other’ world with its amazing and wild animals. And: the animals look back.

What exactly happens in this magical instant, frozen by the camera and propelled to its own eternity? As if lost in a game of mirrors, we see the Other while he looks at us, and we look at ourselves as we look at this encounter.

Perhaps the paradisiacal lies precisely in this exchange of glances, in the possibility of catching a glimpse of the world of the so Other for a brief moment. But perhaps the paradisiacal also lies in the turmoil overwhelming us when we are observed by our via-à-vis? For what does he perceive in us, beyond danger or a possible prey? A soul? What does the Other know about us while observing us? About a good soul? The explosion of self-reflection may trigger precisely this exciting and certainly never to be resolved moment of confrontation or rather contact with oneself. But perhaps the paradisiacal also lies in the memory itself of those encounters with the extraordinary ordinary. However we understand and respond to it for ourselves, the exchange of glances with our neighbour, the animal, can open up something very fundamental. In Jacques Derrida’s words: “The animal approaches us, he observes us. In front of him, we stand naked. And there, possibly, thinking begins.”[2]

[1] Peter Beard: Zara’s Tales. Perilous Escapades in Equatorial Africa, New York 2004
[2] Jacques Derrida: The Animal That Therefore I Am, New York 2008 (Original: L’animal que donc je suis, Paris 1999)